Formazione e Ricerca (bozza) Signor Ministro, Magnifici Rettori, Amplissimi Presidi, Colleghi e Partecipanti tutti, è piuttosto difficile rispondere alla domanda implicita nel titolo del mio intervento: quale formazione per quale ricerca. In effetti rispondere alla prima parte della domanda è forse piú semplice: basterebbe elencare i 36 Atenei dove vengono impartiti corsi di Laurea e di Laurea Specialistica nelle classi 26 e 23S: Scienze e Tecnologie Informatiche e illustrarli, ricordando che nel 1969 nasceva a Pisa il primo corso di laurea, allora chiamato Scienze dell'Informazione, cui dopo qualche anno si aggiungevano quelli di Bari, Torino, Salerno e Udine. Né si dovrebbero dimenticare i circa 30.000 dottori in SdI ( e Informatica poi) che hanno prestato e prestano la loro attività professionale nel settore dell'ICT - piú tardi mi consentirà Signor Ministro di consegnarLe una breve documentazione sull'ingiusta discriminazione che questi laureati subiscono rispetto ai loro colleghi ingegneri, che sono poco piú di 5.000: i nostri non possono accedere all'albo professionale per un mero disguido legislativo del MIUR, sono certo che Ella, particolarmente attento al nostro settore, vorrà contribuire a rimuovere tale assurda incongruenza. E neppure posso tacere l'orgoglio superbo di essere uscito dal corso di laurea a Pisa, cosí come una notevole parte dei professori e ricercatori in Informatica che operano in Italia e nei piú prestigiosi atenei e centri di ricerca esteri. Tuttavia una presentazione cosí tecnica non renderebbe giustizia ai diversi e a volte contrastanti aspetti che la formazione universitaria in Informatica deve affrontare - non parlo qui di addestramento o alfabetizzazione informatica, come a volte vien chiamato l'apprendimento, indispensabile e improrogabile, dei rudimenti d'uso dei sistemi informatici: chi cerca un progettista di automobili o anche semplicemente un buon meccanico non si accontenterebbe di chi ha la patente di guida: l'addestramento non spetta a noi, che dovremmo invece sapere e poter formare figure in grado di operare autonomamente o in cooperazione nello sviluppo, collaudo e manutenzione dei sistemi di elaborazione e trasmissione dell'informazione, di assumere ruoli propositivi e dirigenziali nel progetto di tali sistemi, di indirizzare con fantasia e creatività lo sviluppo scientifico e tecnologico del settore nel paese - sempre che vi siano le risorse e la volontà politica per sostenerlo, ovvero hic Rodhus, hic salta. Il nostro sempre elegantissimo Ministro MIUR ha appena affermato che appena il 5% delle imprese tecnologicamente avanzate ritiene utile collaborare con l'università per migliorare i propri prodotti, il che vale per l'intera Unione. Anche ammesso che la parola "avanzato" abbia lo stesso significato per la Signora Brichetto Arnaboldi Moratti e per voi o per me, la soluzione che si intravede dietro a questa affermazione non mi piace affatto, per almeno tre ragioni. Le prime strettamente difensive: nei paesi che sono davvero tecnologiamente avanzati i governi mettono a bilancio per la ricerca almeno il doppio di quanto non faccia il nostro (ne parlerà Bruno Fadini, credo) e le imprese investono quote consistenti di capitale nella ricerca e nello sviluppo; da noi basti l'esempio della FIAT e dell'enorme potenziale dei suoi centri ricerca (v. motori diesel) dissipato dalla passata gestione - in un recente convegno a folta partecipazione industriale chiesi, stanco delle lagne sullo scarso impegno dell'università nell'industria, quante tra le industrie presenti investissero nell'università: una sola rispose (STMicroelectronics). La terza ragione del mio dissenso risiede nel fatto che, senza nulla togliere all'importanza dell'assiduo, quotidiano lavoro di trasferimento tecnologico che pure l'università dovrebbe incrementare, la vera innovazione tecnologica passa principalmente attraverso la scoperta, l'invenzione e il trasferimento alle persone di nuove idee, di nuove tecniche, di nuovi metodi: ovvero di nuova cultura scientifica. Mi scuso se sono un po' saccente a ripercorrere questi luoghi con gli informatici, i quali si trovano a operare in un settore ancora giovane e perciò a sviluppo particolarmente tumultuoso; inoltre, lo stimolo non viene soltanto dagli avanzamenti tecnologici, in misura maggiore nell'H/W, o da quelli scientifici, ma anche dalle sempre nuove richieste dell'utenza che, ponendo nuovi problemi da risolvere, al tempo stesso suggeriscono metodologie che a volte ci appaiono estranee (si pensi al SW Engineering, o alle connessioni con aree economiche o sociali o umanistiche) - del resto, come scrissi assieme a Giorgio Levi, primo direttore del Dipartimento nel 1983, non siamo l'unico esempio di area in cui concorrono fortissimamente i fondamenti, le tecnologie e le applicazioni: la Chimica è altrettanto pervasiva dell'infernatica, ma da essa ci differenziamo perchè noi incidiamo maggiormente sul processo che sul prodotto, anche se darei 1/2 informatica per un'aspirina! Vorrei allora partire dall'importanza della cultura informatica e dalla peculiarità della nostra disciplina per esaminare velocemente l'adeguatezza dell'offerta formativa (insisto non di addestramento!) che Roberto Barbuti vi ha ricordato stamani. È del tutto evidente che la laurea non è in grado di formare ricercatori in nessuno dei tre aspetti che convergono a definire l'informatica; né programmaticamente lo deve fare. Questa linea appare chiarissima anche nell'elaborazione del nucleo comune dei saperi che la Commissione Didattica del GRIN ha proposto e cui praticamente tutti i Corsi di Laurea della classe hanno contribuito a definire e poi approvato, offrendo cosí agli studenti una visione unitaria, ma non monolitica, dei corsi e facilitando la loro mobilità intersede. La Laurea Specialistica dovrebbe formare una figura orientata ai ruoli dirigenziali e pronta per una ulteriore formazione superiore; secondo me ciò non è proprio possibile, anche se vi confesso di trovarmi in flagrante delitto d'ignoranza per quanto riguarda la nostra Laurea Specialistica in Tecnologie Informatiche, figuratevi per quelle delle altre sedi. Ritornerò piú diffusamente su questo piú avanti. Anche per le Lauree Specialistiche il GRIN ha proposto un nucleo comune di saperi accettato dalla comunità intera. Eugenio Moggi tra poco vi parlerà diffusamente delle le Scuole di Dottorato della cui qualità possiamo ancora andare fieri, sebbene forse siamo forti solo su un numero ristretto di settori: abbiamo praticamente ovunque ottimi studenti che diventano quasi tutti ottimi ricercatori, spesso contesi da università e centri di ricerca all'estero, quando non rimangono tra noi in posizioni dissennatamente precarie - già che ci sono mi vanto anche della Scuola di eccellenza in scienze di base "Galileo" di cui il dottorato di Pisa fa parte assieme a chimici, fisici e matematici: pur nelle incertezze, difficoltà e problemi iniziali, si tratta di un'opportunità di internazionalizzazione e qualificazione degli studenti e nostra da non dissipare assolutamente e piuttosto da estendere ad altre sedi. Il progressivo abbandono di una griglia di pensiero e metodo scientifici è la ragione principale per cui mi sembra difficile formare, attraverso i curricula attuali, laureati specialistici in grado di incidere sulla realtà per modificarla e modificare se stessi e le proprie competenze con la necessaria flessibilità - forse è piú comodo adagiarsi alla formazione permanente offerta da altri, piuttosto che sviluppare con fatica la propria capacità di aggiornamento, ma credo che la seconda attività debba essere tipica dell'università, non la prima, che può andar bene per una figura di tecnico o laureato meno autonomo. Mi spiego meglio, prima citando un recente studio (Organization for Economic Co-operation and Development, Roma 5-6/6/2003) da cui si evince che il numero degli iscritti alle facoltà scientifiche (ora scientifiche e tecnologiche) nel mondo occidentale è calato solo in Italia, mentre raddoppia in Finlandia e in Austria, aumenta di un buon terzo in Belgio e Danimarca e cosí via - con buona pace di chi sostiene che le scienze e le tecnologie non hanno immediato impatto sulla crescita economica. E di chi vuole privilegiarne una sola. Poi rivendico all'informatica la sua innegabile e tirannica radice scientifica. Non è proprio possibile capire l'informatica se non si intendono le leggi che governano come - si digitalizza e si rappresenta l'informazione, sia essa "tradizionale" (testi o numeri) o piuttosto "nuova" (video, suono, odori) - si memorizza, organizza e reperisce l'informazione e la si protegge da un uso improprio - si trasmette in modo affidabile l'informazione - e soprattutto come si elabora l'informazione: le leggi della programmazione. Queste leggi, io credo, hanno carattere galileano: sono leggi dell'artificiale, certo non delle cose naturali, ma hanno la medesima forma di astrazione dall'esperienza e di generalizzazione del particolare; inoltre hanno la stessa rigorosa natura delle leggi di Galileo: sono equazioni su domini opportuni, spessissimo di natura discreta, espresse nel linguaggio matematico: l'unico che sappiamo usare per creare, scambiarci e trasmettere conoscenza dai tempi degli alessandrini. I curricula delle Lauree Specialistiche ereditano da quelli delle Lauree una visione (necessariamente?) semplificata e ridotta, ai limiti dell'inadeguato, del linguaggio e degli strumenti matematici logico-deduttivi che sono base e fondamento per un approccio scientifico alla nostra disciplina e per la formazione di una forma mentis aperta, profonda e flessibile. Diventa allora a mio avviso indispensabile pensare a percorsi differenziati all'interno dei corsi di entrambe le lauree, che portino alla formazione di figure professionali autonome e innovative - non sto pensando di re-introdurre i 49 teoremi con dimostrazione che mi sorbii ad Analisi II! Questa differenziazione può aver luogo o attraverso un'ermeneutica delle norme vigenti, cosa che il GRIN sta esaminando, o attraverso la loro modifica, sperabilmente in meglio, cui la commissione De Maio sta lavorando, in gara, quanto a trasparenza, con gli estensori della 509. Quasi tutti gli spunti di riflessione che vi ho proposto però sbiadirebbero se volessimo o dovessimo dare ai nostri studenti una formazione a breve, usa e getta, o se una parte non trascurabile di essi non vada formata allo scopo di arricchire e rinnovare i ricercatori in informatica. Il quadro attuale della ricerca è desolante, sia perché siamo molto al di sotto della massa critica necessaria a produrre abbastanza scienza e tecnologia nel settore (eppure resistiamo e ci difendiamo decentemente!), sia perché i finanziamenti sono del tutto inadeguati - del resto in Italia abbiamo la metà o anche meno ricercatori, sia accademici che industriali rispetto ai paesi con cui competiamo, e la metà delle loro risorse. Inoltre è particolarmente deleteria e sbagliatissima, a mio avviso, la convinzione, largamente diffusa nel precedente governo e temo in misura ancora maggiore in quello in carica, che ormai la battaglia per l'informatica sia completamente perduta dal paese e dall'Europa intera, e che di conseguenza non si possano che importare tecnologie e prodotti e che la formazione non debba esser altro che mero addestramento al loro uso - mi sovvengono discussioni e risoluzioni strategiche sanguinarie e sanguinose sulla divisione internazionale del lavoro. Sbagliatissima idea perché in un campo ormai dato per perdutissimo, quello dei componenti microelettronici, abbiamo l'esempio della STMicroelectronics che, seppure sfruttando nicchie di mercato, è riuscita ad arrivare alle spalle di colossi come Intel e Motorola. Perché non dovrebbe essere possibile lo stesso nel campo delle architetture, in particolare per il calcolo geograficamente distribuito, o nel SW per tali paradigmi di calcolo? Ugo Montanari stamani citava l'attenzione che l'Economist ha dedicato alla necessità di disporre di software sicuro, altamente riusabile e flessibile e di usare una profonda conoscenza dell'area di applicazione per "riempire" la rete con servizi via via piú innovativi e remunerativi. Ovvero: anche se non governassimo direttamente la rete, e non sarebbe male farlo, c'è moltissimo spazio per nuove applicazioni, tecnologie, modelli formali - senza cultura informatica non si fanno. È ben vero che l'esempio STM portato coinvolge due paesi europei e che quindi il discorso andrebbe allargato all'intera Unione; un ulteriore esempio ci viene dal settore aeronautico, in cui l'Unione è riuscita a imporre prodotti (Airbus) e standard in un settore totalmente dominato dagli USA (e dall'URSS fintanto che è essitita; qui non sottovaluto il ruolo giocato dall'industria militare, che temo possa giocare un ruolo analogo anche per l'informatica). Questi due esempi dimostrano che la sfida deve essere raccolta e può essere vinta: abbiamo bisogno di una piú vasta cooperazione, di maggiori competenze e conoscenze, di piú Europa, vorrei dire di piú entusiasmo e piú sostegno. Ci servono, e dobbiamo saper offrire, piú intelligenza e piú cultura: piú scienza.